Biblioteca

RENATO CENNI - Personaggio lo era di certo: lo si ricorda ancora come un affabulatore misterioso, ombroso e bello come un attore hollywoodiano.
Ma chi era Renato Cenni? Sergio Taglieri in un articolo lo raccontò come un uomo "elegante con quel pizzico di eccentricità che rivela l'artista, conversatore brillantissimo, …sempre aggiornato sulle ultime novità della politica o degli spettacoli"; Cesare Lanza di lui scrisse: "Credo di aver capito, subito, da quel primo giorno, perché nell'arte di Renato, l'arte del pittore famoso, nella sensibilità dell'osservazione, l'istinto della fantasia, la luce dei suoi colori, ci sia quel 'qualcosa' sconosciuto e inafferrabile, che dà ai quadri umanità e vita, un messaggio che arriva al nostro cuore. Credo di aver capito perché, con la sua barba hemingwayana, i suoi modi ruvidi e confidenziali, quando scrive conquista di colpo il tuo interesse e quando ti parla, ti sembra di averlo sempre conosciuto. Perché c'è quel 'qualcosa'. Ed è amore".
Questa è la sua storia. Giulio Renato Cenni nacque a Firenze il 26 marzo 1906; si trasferì con la famiglia a Genova nel 1911 e qui , visse anni difficili; furono, raccontò egli stesso, "gli anni della libbra di pasta, del mezzo chilo di fagioli, dell' etto di zucchero e del quartino d'olio da far segnare; si pagava poi a fine settimana", furono gli anni in cui ancora bambino imparò a fare mille mestieri: l'ombrellaio, il venditore di giornali, l'apprendista sarto, l'aiuto bagnino, l'imbianchino, l'aiuto tipografo… fino a che si iscrisse ai corsi serali dell'Accademia Ligustica di Belle arti di Genova.
Risalgono agli anni '30 i suoi primi lavori di pubblicitario realizzati per la Società Italia Navigazione, il Lloyd Triestino e l'Adriatica, iniziarono nel 1937 i suoi successi di Créat Publicitaire e illustratore a Parigi.
Nel 1933, a Genova, conobbe Ada, sua straordinaria compagna, testimone e complice di un'esistenza tanto avventurosa e tanto profonda: la storia di Renato Cenni lei l'avrebbe saputa raccontare in una sola risata.
Insofferente nei confronti del regime fascista, usò sempre la propria arte come arma per combatterlo, per deriderlo, per contestarlo con veemenza.
Nel 1937, anno del suo matrimonio con Ada, dopo aver rifiutato l'iscrizione al partito fascista, abbandonò Genova e l'Italia; raggiunse Parigi, dove rimase per sette anni: due anni dopo fu condannato in contumacia dallo stato italiano perché nemico del regime: Ada rimase al suo fianco.
Furono anni persino di miseria, ma di grande vivacità intellettuale: "furono anni lunghi - dichiarò Renato Cenni - con dentro la fame, la rabbia, il cruccio per il regime fascista".
Il sogno si interruppe improvvisamente con l'invasione tedesca. Combattere la guerra, combattere il sopruso, combattere per ottenere libertà umana e politica e rivendicare dignità, furono la sua storia di quegli anni, come giornalista, soprattutto come uomo, e infine come antifascista, persino, in seguito, come partigiano combattente in Liguria ("Neri" era il suo soprannome). Nel proprio diario di quegli anno scrisse: "la Ville Lumiére viveva sotto l'incubo delle spie, e in ogni straniero si sospettava una spia. Di notte, poi, nel totale oscuramento, bastava girare per le strade con una sigaretta accesa per farsi inseguire dai poliziotti e sentirsi maledire dai buoni cittadini affacciati alla finestra. Arrestatelo! Gridava dall'alto la gente…".
Alla notizia della caduta del fascismo, Renato e Ada tornano in Italia. Insieme a tutti gli antifascisti tornati dalla Francia, furono arrestati e incarcerati. Riuscirono a riabbracciarsi solo il 25 aprile 1945.
Dal carcere di Marassi, Ada scrisse al marito: "… oggi è venuta la mia mamma insieme con la tua, mi sembrano entrambe più sollevate, poveracce, speriamo bene… tutto il giorno penso a te, e cerco di seguire i tuoi movimenti attraverso il suono della campanella che giunge sempre sino a noi… Spero tu possa presto lavorare, o per meglio dire speriamo presto di poter andare a casa nostra, e allora credo che non vorrò neppur più pronunciare il nome di Marassi…
Posso leggere e cucire e questo naturalmente mi è di grandissimo aiuto per passare il tempo… Io non ho perduta la vecchia abitudine di fare dei castelli in aria, e quando non so che fare, mi diverto ad arrangiare le cose a modo mio, e se tu vedessi con quale facilità e maestria appiano tutte le difficoltà, sormonto tutti gli ostacoli, e mi vedo libera e felice insieme a te in un paesetto tranquillo e dove la gente non ha mai sentito parlare di carcere, di libertà provvisoria, di condizionale, di peculato, ecc. ecc".
Finalmente la guerra finì. E da allora in poi, la sua arte non poté prescindere da un concetto di libertà e da un ideale di dignità umana: sempre combatté "contro tutto e contro tutti,… (contro) il denaro, l'ignoranza, l'indifferenza, la viltà… ": risale a quel periodo la prima idea del "Calvario", le 12 tele realizzate poi quasi quindici anni dopo.
Accreditato e stimato artista, persino come critico d'arte e nel documentarista (nel 1954 fu apprezzato esploratore in Africa, 1955-56 realizzò un importante documentario su Panama), fu un idealista a oltranza, dalla parte dei "deboli, degli sbandati, i solitari, i melanconici, i diseredati e i disperati".
Dopo viaggi e lunghi soggiorni (Parigi, Mosca, New York), il "Calvario" fu terminato nel dicembre del 1959; appena concluso venne offerto da Renato Cenni all'Unesco (anche se da questo non fu mai accettato): "oggi, dopo anni di studio e di lavoro ho terminato un'opera di grande impegno. Si tratta di 12 dipinti che raffigurano altrettante stazioni di un calvario. Prendendo la figura di Cristo come simbolo dell'uomo, ho realizzato una Via Crucis nella quale è rappresentato il martirio dell'Umanità vittima di tutte le guerre. Tra i personaggi di contorno alla figura del Cristo si identificano capi di stato, autorità militari e religiose, nonché i maggiori responsabili dell'ultima grande guerra… Stando al giudizio dei critici, di personalità politiche, di cultura e di scienza, di giornalisti e d'artisti, questo lavoro dovrebbe essere valorizzato e conosciuto nel mondo… " (lettera di Renato Cenni all'Unesco, 7 dicembre 1959).
Fu l'ultima sua grande denuncia, la sua ultima potente provocazione al mondo, ormai una "fiera" e un mercato dove "vino, cucina, arte tutto è fasullo", e dove gli uomini assomigliano sempre più a turisti di passaggio, privi di passione, di memoria, di cuore.
Morì a Genova nel 1977: Ada gli era ancora accanto. Fino alla sua morte, che avvenne ben 23 anni dopo, del proprio compagno di vita fu sempre testimone, coscienza e anima.

Enrica Marcenaro

Stampa